Fotografia digitale sì o no?

Quante volte ci sentiamo dire frasi del tipo “Io sono per la fotografia pura!” oppure “La vera fotografia non ammette ritocchi” o ancora “L’HDR non è vera fotografia” ecc. Bene, sappiate che non è così, e ve lo spiegherò con un ragionamento logico dall’inizio alla fine.

Partiamo dal significato della parola stessa: fotografia. Fotografia è infatti una parola greca composta derivante dall’unione di phôs, lucegraphè, disegnare, ed insieme esprimono il concetto di “disegnare con la luce”. Pertanto, qualsiasi cosa che venga disegnata -e quindi espressa- attraverso/con la luce è di per sé una fotografia. Detto questo potremmo aver già chiuso la questione, ma continuiamo pure per dare maggiore supporto alla nostra tesi.

Procediamo quindi esprimendo il concetto di “macchina fotografica”. Se la fotografia è qualsiasi cosa che venga disegnata o espressa attraverso la luce, è logico ed inconfutabile che una macchina fotografica sia qualsiasi oggetto o meccanismo che renda meccanicamente (e quindi, sistematicamente) possibile l’azione di cui sopra, indipendentemente dal sistema che utilizza. A supporto di ciò, è possibile ricordare che uno dei primi sistemi meccanici per fotografare consisteva in una scatola di legno con in fondo una lastra di rame sulla quale era stata applicata elettroliticamente una sottilissima lamina di argento. L’obbiettivo era un semplice cilindro di ottone con una lente convessa (f11-f16 con lunghezza focale di 360mm) e la luce, attraversando la lente andava a modificare nelle zone chiare (con tempi di esposizione di 10-15 minuti) la conformazione dell’argento e solo dopo era possibile, in camera oscura, rendere visibile tale modifica grazie all’uso dei vapori di mercurio. Questo sistema è quello che oggi viene generalmente conosciuto come dagherrotipo: era il 1829.

Nel corso dei 100 anni successivi, il sistema è stato migliorato a tal punto che è stato possibile riuscire a catturare oltre che la quantità di luce, anche la sua componente cromatica in sintesi additiva (Maxwell, 1861) e rendere più facile e portabile la “macchina fotografica”. Era stata inventata la celluloide (Eastman, 1891). Sono stati molti i fotografi che negli anni ’40 del ’900 si sono battuti per far riconoscere la fotografia come arte, perché così come un pittore esalta le componenti della realtà al fine di mostrare ciò che per lui è realmente importante (come non riconoscere la bellezza del chiaro-scuro di un Caravaggio?), così il fotografo decide quale tecnica, quali obbiettivi e con che luce raccontare la propria storia, il piccolo pezzo di realtà che vuole mostrare agli altri. Dietro a questo ragionamento c’è un piccolo excursus, ma di fondamentale importanza: perché Caravaggio aveva la facoltà di apportare modifiche al proprio quadro, mentre io fotografo non posso farlo con le mie foto? Fu così che fin dagli esordi, in camera oscura vi era la possibilità di apportare leggere modifiche a ciò che era stato impresso nella pellicola: raschietti, pennelli,  matite e sistemi per il viraggio dei colori. Ecco che un leggero difetto poteva essere rimosso, oppure i contrasti potevano venire esaltati, così come le aberrazioni cromatiche ridotte. Tutto questo, all’insaputa delle persone “estranee” a quel mondo.

Oggi il sistema è completamente diverso: gli obbiettivi sono formati da più lenti che sono trattate a loro volta con sistemi antiriflesso e anti-aberrazione cromatica, l’oggetto che raccoglie la luce non è più una lastra di rame o di celluloide ma un sensore digitale CCD o CMOS composto da pixel, ma sicuramente ciò che non è cambiato è il fatto che dietro ad ogni fotografia c’è una persona che vuole raccontare una storia.

Se mi seguite nel ragionamento, è chiaro evincere che il concetto stesso di “fotografia pura” inteso come meccanismo che sistematicamente permetta di raccogliere la luce e riprodurla allo stesso modo in cui il nostro occhio vede la realtà non esiste, perché tale meccanismo non è fisicamente possibile. Esiste invece la fotografia intesa come arte, dove il fotografo è colui che viene ispirato dalla realtà e decide di raccontarlo agli altri, utilizzando come suo pennello la macchina fotografica e la sua sapiente arte di riuscire a miscelare correttamente tutte le variabili che rientrano in gioco (tempi di esposizione, f-stop, ISO, obbiettivi e così via), inclusa anche la post-produzione (e quindi il fotoritocco, l’HDR e chi più ne ha, più ne metta).

Probabilmente, chi vi dice “Io sono per la fotografia pura!” ha ben chiaro il concetto di “fotografia documentaristica”, dove il fotografo si limita a mostrare quello che succede (un po’ come le noiosissime diapositive delle vacanze dei vostri amici!), ma non comprende molto bene il concetto di “fotografia artistica”, dove il fotografo vuole raccontare qualcosa, in un modo particolare e tutto suo.

Vi mostro un esempio, per spiegarmi meglio. Questa fotografia è stata scattata recentemente durante una passeggiata nelle Alpi valdostane. Mi piace molto come scatto perché raccoglie dentro di sé una storia. Si badi bene che lo scatto è un RAW, importato, ritagliato e modificato (esposizione, contrasto, chiarezza e vignettatura) con Lightroom ed infine esportato. Ho giocato molto con le impostazioni e reso scuri i bordi della foto per far risaltare ancora di più i colori dei due fiori appoggiati sulla roccia.

Fiori su una roccia

Fiori su una roccia

Perché lo scatto è bello? Perché racconta una storia. Mostrando le foto ad alcuni amici infatti, ne è emerso che quei fiori erano stati lasciati su quella roccia da un’amica qualche minuto prima con la precisa domanda “Chissà se qualcuno si accorgerà di quei fiori!”. Ebbene, quei fiori su quella roccia sono stati notati e fotografati. E questa è la loro storia. Semplice sì, ma bella.

Un altro esempio? Questa fotografia è stata scattata durante qualche giorno passato in collina lo scorso mese di Giugno. Lo scatto originale, fatto di fretta e senza particolare attenzione alle impostazioni della macchina, presentava un cielo totalmente innaturale (tendente al bianco) e non raffigurava minimamente ciò che volevo mostrare.

Ponte romano

Ponte romano

Grazie a Lightroom (e allo scatto in RAW) sono riuscito a recuperare molte informazioni che diversamente non avrei potuto riottenere con uno scatto in JPEG.

Per concludere quindi, è ora chiaro ciò che si voleva dimostrare all’inizio dell’articolo. Ribadisco infatti che dietro ad ogni fotografia c’è un fotografo che vuole raccontare una storia, così come davanti ad ogni fotografia c’è una persona che la sta vedendo. Pertanto è perfettamente normale che non tutte le nostre fotografie piacciano per forza a tutti. Quello che sicuramente si può affermare però, è che una volta che si è capito da dove proviene una fotografia, è impossibile parlare di “fotografia pura”, bensì è possibile (e assolutamente ammissibile) dire se un determinato scatto rientri nei nostri gusti o meno, così come lo si fa di fronte ad una qualsiasi opera dell’uomo.

Voi cosa ne pensate?

Altre fonti: http://it.paperblog.com/guida-ai-falsi-miti-1-la-fotografia-pura-213182

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